My Own Private Idaho

The Soul Selects Her Own Society then Shuts the Door

Cani abbandonati sull'asfalto 

ripassano con mimiche errori
che non hanno commesso
e alle mosche felici non importa
del loro dolore e pregano copertoni

Gli alberi,più che a crescere
sperano di non dimagrire
e le foglie assetate
in disperato sforzo
si ricompattano per un'ombra
che possa attirare
qualcuno al loro tronco a pisciare

Un vetro riflesso
minaccia a ingigantire il calore
e dar fuoco alla supplicante campagna
per vendicarsi di chi lo staccò dalla bottiglia
ove bevvero vellutate labbra
delle quali s'innamorò

A specchio di dentiere
riciclate a sorridere
o ferme ad enigma
ovunque sudore,
olio esausto dell'anima
ai mille adatti degli occhi usurata,
esce da ferite improvvise
riparate dal sale
testate dal sole

L'estate è un fulcro d'altalena
e alle due estremità
il tempo alle spalle e l'ignoto
e il dondolo simula assensi
tra cielo e terra
ma non si capisce a che cosa

Si sogna con paura l'inverno
imbalsama sorrisi, ansie e paure
e nella non vita a pausa
il cuore fa manutenzione ai suoi ritmi
per tenersi pronto
a nuove gioie improvvise
ma come incaute gemme primizie
puntualmente gelate
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Da:Sorrisi Pignorati
www.santhers.com

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Commento da Memory su 25 Luglio 2017 a 8:42

Questa tua poesia mi ricorda questa di Baudelaire

Ricordi tu l’oggetto, anima mia, che vedemmo

quel mattino d’estate così dolce? Alla svolta d’un sentiero

un’infame carogna sopra un letto di sassi,

le gambe all’aria, come una femmina impudica,

bruciando e sudando i suoi veleni, spalancava, con

noncuranza e cinismo, il suo ventre pieno

d’esalazioni.

Il sole dardeggiava su quel marciume come

volendolo cuocere interamente, rendendo

centuplicato alla Natura quanto essa aveva insieme

mischiato;

e il cielo contemplava la carcassa superba sbocciare

come un fiore. Il puzzo era tale che tu fosti per venir

meno sull’erba.

Le mosche ronzavano sul ventre putrido donde

uscivano neri battaglioni di larve colanti come un

liquame denso lungo gli stracci della carne.

Tutto discendeva e risaliva come un’onda, o si

slanciava brulicando: si sarebbe detto che il corpo

gonfio d’un vuoto soffio, vivesse moltiplicandosi.

E tutto esalava una strana musica, simile all’acqua

corrente o al vento, o al grano che il vagliatore con

ritmico movimento agita e volge nel vaglio.

Le forme si cancellavano riducendosi a puro sogno:

schizzo, lento a compiersi, sulla tela (dimenticata)

che l’artista condurrà a termine a memoria.

Dietro le rocce una cagna inquieta ci guardava con

occhio offeso, spiando il momento in cui riprendere

allo scheletro il brano abbandonato.

– Eppure tu sarai simile a quell’immondizia, a

quell’orribile peste, stella degli occhi miei, sole della

mia natura, mia passione, mio angelo!

Sì, tu, regina delle grazie, sarai tale dopo l’estremo

sacramento, allora che, sotto l’erba e i fiori grassi,

andrai a marcire fra le ossa.

Allora, o bella, dillo, ai vermi che ti mangeranno di

baci, che io ho conservato la forma e l’essenza

divina di tutti i miei decomposti amori.

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